22 Febbraio 2017 ore 5:01 CET (GMT +01:00)
RAINEWS24.IT - INCONTRI
Tutti gli autori
Versioni originali

Libri, la rubrica

A proposito di Incontri...
In collaborazione con...
Grazie a...

Tutti i file audiovisivi sono codificati a 100 Kbps

2009, Mantova

Eduardo Galeano: Il vizio di fare domande scomode
di Luciano Minerva

Il suo modo di scrivere, da quel saggio pubblicato nel 1971, è profondamente cambiato.  Quanta distanza c’è tra l’Eduardo Galeano che scriveva “Le vene aperte” e quello che scrive Specchi?

In termini di tempo una trentina di anni. In termini letterari, del lavoro di scrivere, un’avventura creatrice di rinnovamento continuo con l’intenzione di dire ogni volta di più con meno parole. Questo implica un lavoro intensissimo. Ogni piccolissimo testo di Specchi o di ogni altro libro che ho scritto dopo “Le vene aperte” sono il risultato di dieci, venti, trenta tentativi, uno dopo l’altro per scoprire la parola nuda, senza vestiti, senza niente che non sia la sua propria luminosità.
Recentemente in un giro di letture di Specchi, in un piccolo paese della Galizia uno degli spettatori mi guardava molto seriamente. Ho avuto una certa paura di quello sguardo, ma alla fine della lettura quest’uomo si è avvicinato per dirmi in modo serissimo e ammonitorio: “Quanto deve essere difficile scrivere in modo così semplice”, che è un’ottima definizione del senso di questo lavoro. Ogni scrittore ha il suo modo di scrivere. Io ho seguito un percorso alla rovescia di quello che si fa di solito. Generalmente si pensa che se non è sempre possibile essere profondi, almeno è possibile essere complicati. Quello che io invece cerco di fare è essere profondo senza essere complicato, riscoprendo la vera semplicità delle cose che sono più degne della passione di scrivere.
Per dare un esempio: nel secondo volume di “Memoria del fuoco” ho affrontato la sfida di raccontare una storia d’amore proibito, tra Camila O’Gorman e un sacerdote a metà del diaciannovesimo secolo in Argentina. Era una storia molto complicata, un amore proibito, la fuga, la cattura e la loro fucilazione per delitto d’amore. Era una storia molto difficile da descrivere, per il semplice motivo che scrivere sull’amore è una sfida perduta in partenza, ci sono miliardi di testi e non c’è parola degna dell’intensità e della follia dell’atto d’amare. Ho scritto una pagina, due, cinque, dieci, venti, per descrivere questa storia che era una parte importante di “Memoria del fuoco”, queste mille storie che fanno una trilogia su tutta l’America. Poi ho cominciato a tagliare, tagliare, tagliare, un lavoro terribile, fino a un’unica frase che diceva e dice ancora: “Sono due per un errore che la notte corregge”.

Specchi, rispetto a Memoria del fuoco, allarga al mondo quello che quel libro aveva fatto per l’America. Cerca cioè di raccontare attraverso storie vere, aneddoti, miti.
Nel suo percorso quando ha pensato di arrivare dalla storia dell’America alla storia “quasi universale”.
 

Io penso che sia a partire da domande che mi formulo ogni giorno. Io sonop stato sempre molto “pregunton”, domandante, curioso, pesante, insopportabile, sull’America, sul mondo, su tutto quello che si può immaginare. Per esempio a scuola, quando avevo otto o nove anni la maestra ha detto che Balboa era stato il primo uomo nella storia che aveva visto i due Oceani, il Pacifico e l’Atlantico, da una montagna del Panama. Ho alzato la mano e ho domandato alla maestra: “Gli indios erano ciechi? “ “Fuera!”. Sono stato espulso, io sono stato espulso in molte occasioni, nel corso della vita, non solo dalla scuola, ma da molti altri luoghi. Ma quella era una domanda scomoda, e non fu l’ultima domanda scomoda. Poco dopo, prima della prima comunione, seguivo il corso di catechismo, ero molto mistico, serio, e non era per mancanza di rispetto, ma le domande continuavano, domande come zanzare nella testa; la stessa storia, la mano, la domanda: “Mi dica, Adamo ed Eva erano neri?” Immaginate il risultato. Ma nel corso di storia mi avevano deto che il primo luogo della specie umana era l’Africa. E avevo fatto un ragionamento che non era così malato o matto: se il primo luogo era l’Africa siamo venuti tutti dall’Africa e il mondo è diventato un regno umano a partire dall’Africa, il ragionamento conduceva alla pericolosissima idea che noi siamo tutti africani emigrati . Ma questo è stato un ragionamento successivo. Il primo era: Adamo ed Eva erano neri? Che è una domanda che formulo anche adesso in “Specchi”.
Altre domande sono quelle sulle donne. Perché le donne che sono la metà dell’umanità sono anche una minoranza? Ma perché noi siamo maggioranza?
Ho sempre avuto difficoltà con la matematica, con i numeri, ma come è possibile che la metà può essere una minoranza, la minore parte della totalità. Nella storia ufficiale le donne praticamente non esistono, e quelle che hanno tentato di esistere hanno pagato un prezzo altissimo. E’ bene ricordarlo perché oggi le donne hanno più diritti di quelli che avevano cinquanta, cento anni fa. Ma è bene ricordare che questo non è un cammino di fiori, è un cammino difficilissimo. In “Specchi” racconto storie reali, che sono successe ma che sono ignorate o pochissimi conoscono. Siamo abituati a ricordare quello che soffrono le donne nei Paesi musulmani, per i fanatismi che sono presenti in tanta parte del mondo. Ma la rivoluzione più laica di tutte, la rivoluzione francese, fatta contro il potere della Chiesa, come trattava le donne? Nell’anno 1792  la rivoluzione francese ha proclamato la Dichiarazione dei diritti dell’Uomo e del Cittadino, la dichiarazione più famosa della storia dell’umanità. Nello stesso tempo una militante rivoluzionaria donna, Olympe de Gouges, ha proposto nell’Assemblea generale di fare anche una Dichiarazione dei diritti della Donna e della Cittadina. Zac. La testa della povera Olympe de Gouges è stata tagliata per avere commesso questo crimine di disobbedienza alla superiorità dei maschi che avevano e hanno ancora, un po’ meno, il monopolio del potere. Questo non significa che io pensi che le donne siano migliori degli uomini, no, uomini e donne siamo per metà meraviglia e per metà spazzatura. Il problema è che nel lungo cammino della storia dell’umanità le donne sono state quasi sempre soppresse, tagliate. Esistono solo in una funzione decorativa, come la fedele ombra dell’eroe, ma non come persone. Un amico a Montevideo mi ha detto: “Sì, tu continua a parlare e scrivere di donne e di neri, di uguaglianza dei diritti, ma il sistema nella sua infinita perversione ti offre Condoleezza Rice.” E’ vero che la maggior parte dei torturatori, nel carcere di Abu Graib in Iraq erano donne, il direttore del carcere era donna, che dipendeva da una donna che dipendeva da Condoleezza Rice. Ma quello che ho tentato di fare con questo libro è raccontare la storia vista dal punto di vista di quelli che non stanno nella foto ufficiale della storia umana. La storia umana è come una grande foto.

Come ha raccolto tutte le storie che vanno a comporre i suoi libri, come le ordina e dove le mette? Immagino un grande archivio.

Sì, immenso, perché ci sono tante storie che non avevano possibilità di far parte del viaggio. Scrivere è qualcosa di molto simile a fare della musica, c’è una struttura nel libro che è una struttura musicale, e che è implacabile con i suoni discordanti, i suoni che non si armonizzano e ogni storia, dopo averla scritta una, due, venti volte e quando già è pronta, vuole uscire per essere di tutti. E io sento che sono piccole persone. Il buon narratore ha quantità immensa di personcine dentro e tutte queste piccole storie vogliono uscire. Mi bussano alla spalla: “Ma perché mi lasci fuori? Io voglio entrare.”  “Sì lo so, mi spiace ma non è possibile perché in un libro c’è una struttura che non è compatibile con questa parte. La tua storia è bellissima, ma non è possibile.” E per me è molto difficile sacrificare, come ho fatto, due o trecento storie che non calzavano, che non potevano far parte di questo viaggio attraverso il lungo cammino dell’umanità nel mondo. “Specchi” è fatto di domande formulate nel corso di tutta la mia vita. Per esempio ce n’è una che per la prima volta ha potuto entrare nel treno chiamato “Specchi”. Alcuni anni fa sono andato ad Altamira. In quelle caverne ci sono le prime prove della volontà di bellezza che accompagna il viaggio umano, sempre, dai primi passi. Adesso è proibito, ma io ho avuto il privilegio di vedere quei graffiti e mi sono fatto una domanda che ha continuato viva dentro di me, una zanzara di più,  a cui ho dato il titolo “La fondazione della bellezza” :  “Sono là dipinti su queste pareti, queste figure, bisonti, alci, orsi, cavalli, aquile, uomini e donne […]: Come ha fatto lui, il nostro remoto antenato a dipingere in modo così delicato [ …] come ha fatto lui? O era lei?” E adesso questa domanda, questa zanzara, che avevo nella testa o nell’anima o non so in quale luogo geografico della mia persona, stava aspettando perché pensavo: è così ovvio che deve essere una domanda abituale. Ho letto molti libri sull’arte preistorica, ma questa domanda non era stata formulata da nessuno. E’ verità indiscutibile che le pitture preistoriche sono opera degli uomini. E allora mi sono fatto questa come altre domande, che non vanno ad alterare quello che sappiamo della storia dell’umanità. So che è una piccola goccia nel mare, ma è un contributo personale al riscatto di una verità di molti colori. L’arcobaleno della terra è molto più ricco, più diverso, più bello, più splendente dell’arcobaleno del cielo, ma siamo ciechi per una mutilazione fatta da maschilismo, razzismo, militarismo, elitismo, e tutte queste cose.

Naturalmente la storia come la racconta Galeano comprende i miti, li incrocia, ogni tanti entrano sogni, perché è come se saltassero i confini tra razionale e non razionale, tra le due parti del cervello. Forse il suo cervello non ha distinzione tra parte destra e parte sinistra.

No, perché la realtà è sentipensante, ossia la realtà nella vita reale, il cuore e la ragione vanno insieme. Questa divisione tra il mondo dell’emozione e il mondo delle idee è un divorzio culturale. Io scrivo cercando il recupero della nostra perduta unità.

Un esempio può essere la storia della Torre di Babele, vista come un castigo divino utile a salvarci dall’aborrimento della lingua unica.

Sì, perché il libro è un omaggio alla diversità. La globalizzazione, l’internazionalizzazione del potere e del denaro implica una negazione della diversità. Siamo condannati dalla globalizzazione alla lingua unica di un pensiero unico, e alle emozioni uniche e alla noia totale. Questa è la peggior cosa che possa passare.
Allora “Specchi” cerca di riscattare la diversità umana sconosciuta, negata, non solo per motivo di razza o di genere, ma il libro si occupa anche di altre diversità, ad esempio della diversità sessuale. Ad esempio nel libro  c’è anche quella che era una mia domanda di quando ho riscoperto il valore del computer.
Per molto tempo non volevo saperne per nulla del computer, soprattutto perché sospettavo e sospetto ancora oggi che nella notte le macchine si ubriachino. Quando nessuno vede, nell’oscurità e nel silenzio della notte bevono e di giorno fanno cose incomprensibili, che nessun tecnico riesce a capire.

Ora io, pentito, riconosco che il computer è molto utile e lo uso: non per la scrittura, perché non rinuncerei mai al piacere di scrivere a mano, alla sensazione sensuale, meravigliosa, della mano sulla carta, cercando parole che fuggono, questo è un piacere non negoziabile; ma dopo, nelle tappe seguenti della scrittura, il computer è molto utile per me, ed è utile per l’umanità intera. La domanda è: perché quando il computer è pronto per iniziare il lavoro non diciamo mai: “ Grazie, Alan Turing, grazie tante”? Le funzioni primordiali che il computer fa adesso  sono state previste da lui. Ma chi sa che Alan Turing fu l’inventore del computer e chi sa che fu condannato per omosessualità? Nell’anno 1952 lui, che era una figura prestigiosissima nell’ambito universitario inglese,  fu arrestato dalla polizia per il crimine di omosessualità. In un giudizio pubblico fu obbligato a riconoscere il suo crimine e accettò un trattamento di recupero perché l’omosessualità era allo stesso tempo un crimine e una malattia. Questo trattamento medico gli ha fatto crescere le tette, gli ha alterato tutto il funzionamento ormonale e mentale, è diventato un paranoico, ha sentito una condanna quotidiana e ha deciso di restare chiuso nella sua casa, rinunciando all’università e alle sue camminate. E ogni notte prima di dormire aveva l’abitudine di mangiare una mela e una notte iniettò cianuro nella mela che doveva mangiare. Questa piccola storia di Alan Turing merita di esser conosciuta almeno un po’, è parte della memoria che è stata assassinata, sepolta, nascosta. Penso che resusitare questa memoria morta possa essere utile non per rendere omaggio al passato, perché ho la certezza assoluta che domani non è un nuovo nome di oggi, non siamo condannati alla ripetizione della storia, ma soltanto per evitare questa ripetizione e per immaginare un futuro diverso, un mondo diverso.


[torna indietro]


scrivi alla redazione | credits